Archivio mensile: February 2015

A spasso nello spazio con Barry e Terry

E dopo 91 giorni, finalmente si esce di casa. Certo, non per prendere una boccata d’aria, s’intende.

Barry Wilmore, che ha già fatto una EVA lo scorso ottobre e Terry Virts, alla sua prima volta, inaugurano una serie di tre missioni all’esterno della ISS che si snoderanno lungo qualche settimana.

Nel corso della loro prima uscita, Barry e Terry (nomi azzeccatissimi per un duo da palcoscenico, sia pure spaziale!) dovranno stendere alcuni cavi e iniziare a preparare il Canadarm-2, uno dei bracci robotici della stazione, per quando – più avanti – saranno installati due adattatori IDA (International Docking Adapters) per l’attracco di navicelle spaziali.

Gli IDA, costruiti dalla Boeing, arriveranno sulla ISS uno alla volta – a bordo delle navicelle Dragon della SpaceX e troveranno posto entrambi sul Nodo-2, Harmony. Niente di complicato, in linea di massima. Il Nodo-2, infatti, può contare su dei PMA (Pressurized Mating Adapter), oggetti da nome nome oscuro, ma dalla funzione chiara: sono dei canali di connessione lunghi un paio di metri fra la stazione e i veicoli spaziali. Hanno una funzione simile a quei tunnel che collegano gli aerei con i locali interni degli aeroporti.

Basterà collegare, quindi, ciascun IDA a un PMA e il gioco è fatto, come in un lego spaziale. Ma c’è sempre il modo di rendere il gioco più divertente, come quando, con i lego casalinghi, ci accorge che “questo bel pezzo giallo stava meglio là piuttosto che qua”.

Nel nostro caso, se è vero che il primo IDA si potrà collegare direttamente al PMA-2, che già si trova all’estremità anteriore (rivolta verso la direzione di moto della ISS, forwards-facing, come dicono gli inglesi) di Harmony, per il secondo l’operazione è un po’ più complessa. La seconda IDA sarà collegata all’adattatore PMA-3, ma prima bisognerà spostare quest’ultimo dal Nodo-3 al Nodo-2, in posizione zenitale (verso l’alto, space-facing). Insomma, il solito balletto di smonta e rimonta a cui ci hanno abituato gli astronauti in questi anni.

Perché prendersi questa briga? In teoria, i nuovi portelloni di accesso dovranno accogliere nuovi veicoli commerciali a partire dalla fine del 2017, secondo quando annunciato da Boeing e SpaceX. Nel lungo termine, i due IDA permetteranno all’equipaggio di crescere da 6 a 7 membri. Un’astronauta in più permetterebbe di dedicare molto più tempo alla ricerca.

Ma in queste ore, oltre a prepararsi all’uscita nello spazio, gli astronauti hanno anche questioni molto concrete. È arrivato finalmente il Progress russo, con tre tonnellate di cibo, acqua, rifornimenti e nuovo hardware per gli esperimenti. Rimarrà attraccato alla ISS fino ad agosto.  E con l’arrivo del Progress, termina questo inteso periodo di va e vieni dalla Stazione che, come ricorderete, ha visto anche la partenza del Dragon e dell’ultimo ATV europeo.

Stefano Sandrelli

Per altre foto sulla spacewalk di sabato 21 febbraio: http://www.nasa.gov/mission_pages/station/expeditions/expedition42/gallery.html#.VOtMxvmG-So

Nell’immagine di copertina: l’astronauta Terry Virts visto dalla Cupola e fotogafato da Samantha Cristoforetti verso la fine della sua spacewalk con il collega Butch Wilmore.

Niente Panico

23/02/2015

Allenarsi come un’astronauta!

Uno dei principali effetti della microgravitá é l’indebolimento delle ossa e del sistema muscolare degli astronauti.

Per questo motivo tutti i membri dell’equipaggio della Stazione Spaziale Internazionale si allenano due ore e mezzo ogni giorno. La ISS é dotata di una “palestra spaziale”con diversi macchinari, tra cui l’Advanced Resistive Exercise Device o per gli amici ARED.

Abbiamo chiesto a Samantha Cristoforetti di mostrarci come ci si allena nello spazio…pronti?


   

Proteine e muscoli | Una cosa da ragazzi

20/02/2015

Dalle sardèe in saòr al bonus food

Stefano Polato, lo chef di Argotec per la missione Futura, ha sempre dato molta importanza alla cucina regionale e ai prodotti locali. Tra quelli tipici della sua zona di provenienza, le sardèe in saór sono state certamente una fonte di ispirazione nella composizione del menu per Samantha Cristoforetti, ormai da alcuni mesi in orbita in qualità di astronauta ESA-ASI. Il saór, ovvero il sapore, è un condimento a base di cipolle in agrodolce utilizzato nella cucina veneziana e probabilmente vi starete chiedendo che cosa possa avere a che fare con Avamposto42 e con il Capitano dell’Aeronautica Militare. Lo abbiamo chiesto al responsabile dello Space Food Lab di Torino: «Abbiamo notizie di questo piatto sin dal XIV secolo. Si tratta di un caposaldo della cucina veneta e deriva dalla necessità dei marinai della Serenissima di alimentarsi in modo adeguato durante i lunghi periodi trascorsi in mare. Il saór rappresenta una miniera di proteine e grassi “buoni” abbinata alla giusta quantità di vitamina C, quindi utile a prevenire malattie come lo scorbuto, tipiche di quel mondo marinaresco. Abbiamo un alimento che grazie al giusto mix di ingredienti con pH acido, tuttavia molto gradevoli, permetteva una lunga conservazione, soddisfacendo le necessità nutrizionali di interi equipaggi. Insomma, era una sorta di precursore della moderna razione K, con ingredienti poveri quali sarde fresche, cipolla, uvetta sultanina, pinoli, aceto o vino bianco. Tutti reperibili facilmente, oggi parleremmo certamente di una ricetta a kilometro zero: le sarde si pescavano in laguna e le cipolle arrivavano dalla vicinissima Chioggia». In effetti, tutti questi aspetti si avvicinano molto alla filosofia alla base della mission di Avamposto42 e del bonus food che Argotec ha creato per Samantha: piatti semplici, ma completi, in grado di assicurare salubrità e qualità nutrizionali anche in situazioni estreme, composti da ingredienti accessibili e con bassissimo impatto ambientale. Secondo Polato, le similitudini tra i marinai veneziani e gli astronauti sono numerose: «Questo mio accostamento degli esploratori del passato con quelli più moderni voleva essere un’introduzione al tema più ampio dei grassi sani. Tra questi troviamo proprio il pesce azzurro, di cui fanno parte anche le sardèe, che costituisce una fonte preziosissima di omega 3. Questo acido grasso essenziale è presente in grandi quantità anche nell’olio extravergine di oliva, nella frutta secca e nei semi oleosi. Il mio consiglio è quindi quello di consumare regolarmente questi alimenti nella propria dieta, proprio come sta facendo Samantha sulla Stazione Spaziale Internazionale». Antonio Pilello Per saperne di più: http://www.argotec.it/argotec/ Immagine di copertina: Wikimedia commons    

Fai il pieno giusto | Proteine e muscoli

20/02/2015

Il ruolo delle piante superiori nei sistemi biorigenerativi di supporto alla vita nello Spazio

Allo stato attuale, le risorse necessarie per missioni spaziali brevi sono interamente trasportate dalla Terra, tuttavia questo non sarà possibile per missioni di lunga durata, per motivi di natura tecnica ed economica. Infatti, è calcolato che ciascun astronauta necessita di circa 30 kg al giorno di risorse (cibo, acqua, ossigeno), pertanto, considerando una permanenza nello Spazio di 2 anni (tempo minimo per una missione su Marte con gli attuali sistemi di propulsione), il fabbisogno sarebbe di circa 22 t per astronauta. In questa prospettiva, il rifornimento periodico dalla Terra, e il parallelo smaltimento dei rifiuti prodotti dall’equipaggio, risulterebbe logisticamente difficile ed economicamente dispendioso.

La corretta nutrizione e il benessere degli astronauti è una condizione fondamentale per la riuscita delle missioni spaziali. La preparazione del cibo e il confezionamento rappresentano aspetti critici: l’alimento deve essere compatto, per evitare che in condizioni di ridotta gravità eventuali frammenti possano disperdersi nell’ambiente ed essere inalati o danneggiare strumenti, e avere un ridotto contenuto di umidità per rallentare il deterioramento e prevenire lo sviluppo di odori sgradevoli. L’uso di alluminio, a esempio, garantisce una buona durata ma non consente il riscaldamento in microonde e aumenta il peso delle confezioni rispetto alla plastica. Nel corso della conservazione, inoltre, le caratteristiche organolettiche (sapore, colore, consistenza) e nutrizionali (es. contenuto vitaminico) subiscono alterazioni che possono rendono l’alimento meno appetibile e sano, imponendo il ricorso a integratori chimici.

L’esigenza di una corretta alimentazione appare anche più importante se si considera che le condizioni di vita nello Spazio (es.  ridotta gravità) possono predisporre all’insorgenza di diverse patologie (es. osteoporosi, atrofia muscolare), il cui rischio può essere ridotto dall’assunzione di composti funzionali presenti nel cibo (es. antiossidanti del pomodoro, proteine della soia).

Figura Art BLSSSulla base di tali presupposti, è evidente che la realizzazione di missioni di lunga durata è subordinata alla messa a punto di sistemi in grado di rigenerare le risorse (aria e acqua), integrare la dieta dell’equipaggio e riciclare i rifiuti del metabolismo umano. Tale concetto è alla base dei Sistemi Biorigenerativi di Supporto alla Vita (Bioregenerative Life Support Systems, BLSSs), ecosistemi artificiali basati sullo scambio di materiali ed energia tra compartimenti, destinati all’uomo e a componenti biologiche diverse, in un ciclo ideale in cui ciascun compartimento utilizza prodotti di scarto dell’altro.

Numerosi organismi (microalghe, batteri, pesci, piante superiori) sono stati proposti come componenti biologiche, tuttavia ad oggi le piante rappresentano i rigeneratori più promettenti, grazie alla loro relazione “complementare” con l’uomo. Infatti, semplificando, le piante sono in grado di rigenerare l’aria assorbendo anidride carbonica ed emettendo ossigeno attraverso la fotosintesi, purificare l’acqua mediante la traspirazione, e produrre cibo fresco impiegando scarti dell’equipaggio (feci, urine). Nell’ottica di lunghe permanenze nello Spazio, inoltre, è stato dimostrato che la presenza di piante mitiga lo stress psicologico della missione e delle condizioni di isolamento, creando un ambiente più simile a quello terrestre e offrendo l’opportunità di un’attività ricreativa.

Allo stato attuale, i BLSSs non sono ancora impiegati nello Spazio, a causa del consumo energetico e di peso e volume elevati, e nel prossimo futuro la coltivazione in orbita sarà probabilmente limitata a moduli di dimensione ridotta per studi sulla fisiologia e la produttività delle piante e per la produzione di modeste quantità di cibo fresco. In un futuro non lontano, tuttavia, è ipotizzabile che stazioni orbitanti e piattaforme planetarie ospiteranno BLSSs di larga scala, in grado di garantire una parziale autonomia alle colonie spaziali. In questa ottica, le basi planetarie potrebbero anche sfruttare risorse disponibili localmente (es. “regolite” lunare come substrato di coltivazione) superando le attuali limitazioni al trasporto di materiali e la presenza di gravità, sebbene ridotta rispetto a quella terrestre (1/6 g sulla Luna e 1/3 g su Marte), consentirebbe di  risolvere i problemi legati all’assenza di gravità delle stazioni orbitanti e l’adozione di tecnologie di coltivazione simili a quelle comunemente adottate sulla Terra.

Diverse specie vegetali, con requisiti nutrizionali adatti a soddisfare i fabbisogni alimentari dell’equipaggio, sono studiate come candidate per i BLSSs (grano tenero e grano duro, patata, soia, pomodoro, ecc.). Nell’ottica di una produzione di cibo elevata e costante, tuttavia, un’intensa attività di ricerca è ancora necessaria per definire protocolli di coltivazione in grado di ottimizzare la produttività e la qualità del cibo, minimizzando gli scarti.

Roberta Paradiso, Roberta Buonomo & Stefania De Pascale (Università di Napoli)

Per saperne di più: http://www.dipartimentodiagraria.unina.it/

I sistemi biorigenerativi

19/02/2015

Aminoacidi: integratori sì o no?

Sugli integratori se ne sentono davvero di tutti i colori. Secondo alcuni sono in grado di dare risultati miracolosi. Per altri non servono a nulla, o peggio, fanno malissimo. In realtà tutto dipende dalle sostanze in questione, dalla presenza o meno di eventuali carenze nutrizionali e dal fabbisogno individuale che cambia a seconda dell’età, dello stato di salute e dei livelli di attività fisica.

Gli aminoacidi, i “mattoncini” che compongono le proteine, sono spesso usati come integratori in particolare negli anziani e nelle persone che fanno attività fisica allo scopo di preservare la massa muscolare o di favorire il recupero muscolare. L’integrazione può essere fatta con aminoacidi ramificati (leucina, isoleucina e valina) o con miscele di aminoacidi in forma libera.

Nel primo caso si vuole puntare in particolare sull’azione muscolare anche grazia alla leucina che è responsabile dell’attivazione di mTor, un segnale cellulare che stimola la sintesi muscolare e il recupero. Con l’assunzione, invece, di aminoacidi in forma libera si ottiene una miscela più completa con la presenza in particolare di tutti gli aminoacidi essenziali, quelli cioè che il corpo non produce e che magari risultano carenti in chi non ne assume a sufficienza con il cibo.

In entrambi i casi gli aminoacidi forniscono un importante segnale a livello cellulare rispetto alle proteine in polvere, anche queste molto usate tra gli sportivi, che forniscono invece materia prima che va digerita e metabolizzata come un vero e proprio alimento.

Prima di assumere integratori è sempre bene farsi consigliare da un medico sul loro utilizzo anche per essere certi di non sbagliare dosaggi e modalità di assunzione.

 Dr. Filippo Ongaro

per saperne di più: http://www.filippo-ongaro.it/

Proteine e muscoli | Una cosa da ragazzi

18/02/2015

Ciao ATV, ciao!

È tempo di addii! La navicella Dragon ha appena lasciato la Stazione Spaziale Internazionale, all’inizio di questa settimana, e oggi l’ATV dell’ESA Georges Lemaître (che bel nome!) si è staccato dalla ISS e, dopo un bel po’ di orbite, si tufferà nell’atmosfera terrestre.

Presto l’enorme calore dovuto all’attrito, che la frenerà durante l’attraversamento dell’atmosfera, trasformerà la navicella in una grande palla di fuoco – una fine adeguata, se si pensa che Lemaître è stato uno dei pdri fondatori della teoria ddel Big Bang!

Purtroppo questo sarà l’ultimo degli ATV – dopo cinque missioni di grande successo, il progetto è ora completo. A ciascuna missione, il Columbus Control Center (Col-CC) ha contribuito con le necessarie infrastrutture di terra, rifornendo i nostri colleghi dell’ATV Control Center di Tolosa, in Francia, delle connessioni con il  network della ISS per lo scambio di semplici dati, di video, di messaggi vocali.

Ieri, quando l’astronauta dell’ESA Samantha Cristoforetti e il cosmonauta Alexander Samokutyaev hanno chiuso i portelloni dell’ATV, la Stazione Spaziale si è preparata alle ultime ore prima del distacco. Abbiamo spento la piccola stazione radio amatoriale di Columbus e l’esperimento esterno Rapidscat, per evitare ogni possibile interferenza radio tra la ISS e il sistema di navigazione dell’ATV.

Lentamente la Stazione Spaziale ha assunto l’orientamento previsto per il distacco. Quanto è arrivato il momento, il controllo attivo di posizione della ISS è stato spento del tutto: Georges Lemaître aveva bisogno di darsi una spinta per lasciare la Stazione senza che la navicella-madre cercasse di compensare l’impulso ricevuto.

E infine non rimaneva che salutarsi…

Gli ATV fanno part di una vera e propria flotta di navicelle di rifornimento della ISS. Quando lo Space Shuttle della NASA è andato in pensione, la navicella russa Soyuz è diventuta l’unico “ascensore” per il trasporto delle persone su e giù dalla Stazione Spaziale. Tre astronauti dividono un piccolo spazio – e di sicuro non c’è un gran posto per molti altri bagagli!

Nonostante questo, la capacità di trasporto è rimasta sufficiente per rifornire la ISS dei carichi più importanti. A questo hanno pensato per anni la navicella cargo russa Progress, l’HTV giapponese e il nostro ATV. Le new entries della flotta cargo, relativamente parlando, sono i due veicoli commerciali statunitensi: il Dragon della Space X e il Cygnus della Orbital Science.

Mentre però l’ATV e il Progress volano fino alla ISS e attraccano per conto loro, gli altri hanno bisogno di assistenza da parte della Stazione: si avvicinano e poi volano “in formazione” con la ISS – un meccanismo orbitale complesso, non troppo semplice da programmare – prima di essere catturati dolcemente dal braccio robotico, che li avvicina a un portellone di attracco. Solo allora gli astronauti possono entrare e iniziare a scaricare i rifornimenti.

Paradossalmente, portare qualcosa dalla ISS a Terra è invece molto più complicato. Le navicelle ATV, HTV, Progress e Cygnus sono sprovviste di scudi termici o di altri sistemi necessari per sopravvivere a un rientro in atmosfera. Sono invece progettati per consumarsi negli strati superiori dell’atmosfera. È per questo motivo che gli astronauti li caricano di rifiuti e che vengono utilizzati come “pattumiere cosmiche”.

A parte la capsula Soyuz usata per il rientro degli astronauti, solo il Dragon è progettato per resistere alla tremenda energia dovuta agli strati atmosferici, che frenano la navicella a partire da una velocità oltre 23 volte maggiore di quella del suono.

Tom Uhlig, Direttore di volo del Columbus Control Centre – traduzione a cura di Stefano Sandrelli. 

Niente Panico

17/02/2015

Una dieta equilibrata: il carico acido renale potenziale (PRAL)

Come abbiamo visto dai post precedenti un giusto apporto di proteine è essenziale alla nostra dieta quotidiana, sia che ci troviamo nello spazio sia che viviamo sulla Terra.

Tuttavia, la saggezza popolare ci insegna che “il troppo storpia” e questo vale anche per le proteine che assumiamo quotidianamente.

Le proteine – insieme a calcio, potassio, fosforo e magnesio – fanno parte di un insieme di nutrienti che, se presi in quantità eccessiva, possono influenzare in maniera negativa il carico acido renale. Studi recenti hanno mostrato come una dieta troppo acida possa avere conseguenze sul sistema muscolo-scheletrico e in particolare sulla densità ossea del nostro corpo. Questo vale in particolare per quelle persone che non praticano attività fisica in maniera costante e hanno quindi già una quantità minore di minerali nelle ossa.

Anche per gli astronauti una dieta non equilibrata e troppo acida potrebbe avere gravi conseguenze dato che le loro ossa sono già sotto stress data l’assenza di gravità.

Ma come fare a capire se la nostra dieta è piú acida o piú alcalina?

Proprio per cercare di rispondere a questa domanda e per calcolare il cosiddetto “carico acido renale potenziale” (PRAL) è stato elaborato un algoritmo (da Remer & Manz – J Am Diet Assoc 1995).

Tenendo conto del tasso di assorbimento dei rispettivi nutrienti nel tratto gastrointestinale e nel contempo dei processi metabolici del nostro corpo è stato calcolato che il PRAL equivale a:

PRAL (mEq/d) =             0.49   * protein (g/d)

                                                                              + 0.037 * phosphorus (mg/d)

                                                                               – 0.021  * potassium (mg/d)

                                                                              – 0.026  * magnesium (mg/d)

                                                                              – 0.013  * calcium (mg/d)

E come fare a sapere quanto fosforo o potassio contiene quello che stiamo mangiando? Fortunatamente molto spesso le etichette dei cibi ci aiutano in questo; in caso però non fossero presenti è possibile controllarli in apposite tabelle (come questa ad esempio: instance www.saeure-basen-forum.de/pdf/IPEV-Food_table.pdf).  Per ottenere il PRAL dell’intero pasto è sufficiente sommare i valori dei PRAL dei singoli alimenti.

Martina Heer

Proteine e muscoli | Scienza a gravita' zero

16/02/2015

Uno sguardo al passato per l’alimentazione di oggi

A ben guardare, spesso l’educazione a un’alimentazione che faccia bene alla nostra salute e a quella del pianeta significa anche guardare al passato. A un’epoca in cui, anche per via delle limitate possibilità economiche, si sprecava meno cibo, si sapevano ri-utilizzare gli avanzi, la carne era il piatto dei giorni di festa e non un alimento di consumo quotidiano. Oggi comprendiamo che la dieta dei nostri nonni e bisnonni era per molti versi più corretta, più sana, e che aveva un impatto ambientale più lieve del nostro… Oggi stiamo imparando pian piano a riscoprire tanti alimenti, come ad esempio molti vegetali che possano contribuire a soddisfare il fabbisogno di proteine. Ne parliamo, come sempre, proponendovi un viaggio attraverso alcuni fra i prodotti più interessanti che Slow Food ha raccolto nel proprio lavoro di censimento e di impegno accanto ai produttori.

In Uzbekistan settentrionale, al confine con Kazakistan e Kirghizistan, si trova la valle di Tchatkal, attraversata dall’antica via della seta che collegava l’Asia con l’Europa. Proprio quest’area è il centro di domesticazione di numerose cultivar di mandorle tra cui, senza dubbio, quelle che hanno generato le varietà consumate attualmente in tutto il mondo. Ancora oggi sul territorio del paese si trovano mandorli sia allo stato selvatico sia coltivati. In particolare, il distretto di Bostalynk è uno scrigno di biodiversità, dove la filiale dell’istituto di ricerca Shreder ha identificato finora più di 50 varietà di mandorle dolci e amare, selezionando le varietà migliori a partire da quelle selvatiche. Il dolce locale si chiama khashtak, ed è prodotto con albicocche delle varietà autoctone essiccate e poi private del nocciolo, uvetta, miele e mandorle e/o noci. Le mandorle contengono circa 20 grammi di proteine per 100 grammi di prodotto, e le antiche varietà di mandorle di Bostalynk sono tutelate da un Presidio Slow Food (http://fondazioneslowfood.it/presidi/dettaglio/1465/vecchie-variet-di-mandorle-di-bostanlyk#.VNx0hMb5rTU).

Non ci spostiamo di molto e andiamo in Armenia, dove l’alimento simbolo del paese, nonché il millesimo prodotto a salire a bordo dell’Arca del Gusto è l’albicocca (http://fondazioneslowfood.it/arca/dettaglio/1265/albicocca-shalakh#.VNx5ycb5rTU). Alle pendici del monte Ararat – quello dove si narra si sia incagliata l’Arca di Noè – vengono coltivate numerose varietà di questo frutto, tra cui la shalakh detta anche yerevani i cui frutti sono di grandi dimensioni, di forma ovoidale e pesano tra gli 80 e i 100 g, sono di colore giallo con una sfumatura più scura dove batte il sole. La polpa è tenera, succosa, molto densa, con visibili venature bianche, di consistenza cremosa e può contribuire a soddisfare il fabbisogno proteico – 200 grammi di albicocche disidratate possono dare infatti fino a 5 grammi di proteine. Oltre alla shalakh, che si mangia preferibilmente fresca, nella stessa zona sono coltivate innumerevoli altre varietà, come la novrast krasnyj, la khosrovshay, la tabarza, la karmir nakhidhevani, la bedem-erik, la abutalini, la spitak.

Spostandoci decisamente a occidente, non vi parliamo più di quinoa, ma di un’altra pianta così bella da essere coltivata anche a scopo ornamentale: l’amaranto che, assieme al mais e ai fagioli era il prodotto fondamentale nell’alimentazione dei popoli preispanici, dal Messico al Perù, ma che, a differenza degli altri duedopo la conquista è stato quasi completamente abbandonato. Intorno a quello coltivato a Tehuacán, nello stato di Puebla, Slow Food ha creato un Presidio (http://fondazioneslowfood.it/presidi/dettaglio/653/amaranto-di-tehuac-n#.VNx9AMb5rTU), valutandone anche – visto il suo ricco contenuto di proteine – la fondamentale funzione di bilanciare e arricchire la dieta di molte popolazioni indigene dell’America Latina, basata su mais e fagioli.

Infine è vero, ne abbiamo parlato appena una settimana fa, ma tenete presenti i legumi, di cui si possono trovare in commercio molte tipologie e varietà e che, durante tutto l’anno possono costituire un grandissimo alleato per la nostra dieta (e per il bene del paesaggio rurale).

Silvia Ceriani

Immagine di copertina di Livio Bersano. Per saperne di più: www.fondazioneslowfood.com

www.slowfoodfoundation.com

Fai il pieno giusto | Proteine e muscoli

13/02/2015

Il giardino dell’Eden: dall’Antartide alla Stazione Spaziale

La Stazione Spaziale Internazionale ISS è un laboratorio davvero unico nel suo genere, abitazione con tanto di finestre, luogo di lavoro, palestra… Non manca proprio nulla.  È davvero così? Abbiamo provato a chiederlo a Giorgio Boscheri, Project Engineer a Torino presso Thales Alenia Space Italia, l’azienda che ha contribuito alla costruzione di circa la metà di questa abitazione orbitante. La risposta ci ha sorpreso: “Manca un orto”.

In effetti, diversi esperimenti per studiare la crescita delle piante in assenza di peso hanno volato sulla ISS, sullo Space Shuttle e la stazione MIR.  Ma la capacità di produrre cibo fresco e sicuro in orbita non è ancora realtà. Serve quindi darsi da fare: un orto spaziale porterebbe diversi vantaggi. Oltre a fornire cibo fresco, le piante attraverso la fotosintesi producono ossigeno e consumano l’anidride carbonica espirata dagli astronauti. Contribuiscono alla rigenerazione dell’acqua tramite l’assorbimento da parte delle radici e la traspirazione dalle foglie.  E consentono di portare un po’ di Terra nello spazio, con benefici psicologici per l’equipaggio.

Art EDEN ISS - Eden at Recyclab w F De WinneGiorgio ci mostra l’area tecnologica “Recyclab”, dedicata interamente alla sostenibilità degli habitat spaziali, dove si sviluppano tecnologie per la generazione e il riciclo delle risorse vitali, quali l’acqua e l’aria.  ”Presso il Recyclab stiamo sviluppando da alcuni anni un prototipo di sistema protetto per coltivare le piante nello spazio, che porta un nome evocativo:  EDEN.  E` grande quanto un frigorifero, e ha l’obiettivo di produrre il necessario supplemento nutritivo fresco per gli astronauti. Il piccolo orto è illuminato da luci LED rosse e blu che gli conferiscono un aspetto psichedelico, trae anidride carbonica dall’ambiente circostante e impiega acqua ottenuta condensando l’umidità dell’aria di cabina.”

Nel suo impegnativo percorso di sviluppo verso la ISS, EDEN farà tappa anche in Antartide, ambiente estremo che permetterà di replicare a terra condizioni operative per alcuni aspetti simili  a quelle spaziali.  E` questo l’obiettivo del nuovo progetto EDEN-ISS, finanziato dalla Commissione Europea, che vede una nutrita partecipazione Italiana sia industriale che scientifica, con il  coordinamento dell’Agenzia Spaziale Tedesca DLR di Brema.

Aggiunge Matteo Lamantea, responsabile dell’unità “Life Support & Habitat”: “Con l’obiettivo di portare EDEN sulla ISS, abbiamo capito che la base in Antartide ci permetterà di ricostruire fedelmente l’ambiente biologico isolato e a stretto contatto con l’uomo, tipico di una stazione spaziale, verificando così la capacità di produrre cibo di qualità in condizioni limite.  Potremo anche studiare e affrontare inconvenienti e difficoltà di gestione, come ad esempio il controllo della pulizia.” Dopotutto possiamo facilmente immaginare che l’orto, anche se nello spazio e coltivato “fuori-suolo” non sarà certo un ambiente sterile: bisognerà riuscire a conciliarne la praticità d’uso con gli alti standard di sicurezza richiesti nei sistemi spaziali.

Ma quali sono i “ritorni” da queste ricerche avanzate per la coltivazione in ambienti estremi? Molteplici: verso la produzione di cibo nutriente, sicuro e di qualità, con efficiente impiego dell’energia in serra e minimo consumo di acqua.  Perché lo spazio ci costringe a pensare che ogni grammo è prezioso, nulla va sprecato, e noi progettiamo sempre con quell’obiettivo.  La Green Economy per la Terra passa quindi anche per lo Spazio.

Cesare Lobascio  (Thales Alenia Space – Italia)

Per saperne di più:

Thales Alenia Space on the ISS https://www.thalesgroup.com/en/worldwide/space/fundamental-role-iss Recyclab http://www.lastampa.it/2013/03/22/scienza/il-laboratorio-torinese-che-studia-il-riciclo-spaziale-8DUm5fZQWTMIakuZXp2ecI/pagina.html DLR – Greenhouse modules in analogue environments www.dlr.de/irs/en/desktopdefault.aspx/tabid-9330/15377_read-39521/ Agrospace Friends https://www.linkedin.com/groups/Agrospace-Friends-4463771/about  

I sistemi biorigenerativi

12/02/2015

Vegetali ricchi di proteine

Il 2013 è stato scelto dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite come l’anno internazionale della quinoa per celebrare al meglio i popoli indigeni delle Ande, che hanno avuto il merito di preservare questo cibo così straordinario dal punto di vista nutrizionale. Questo pseudocereale, che ha cioè chicchi commestibili non appartenenti alla famiglia delle graminacee, ma comunque utilizzabili allo stesso modo dei cereali tradizionali, è stato inserito dal team di nutrizionisti e tecnologi alimentari di Argotec all’interno del bonus food di Samantha Cristoforetti, da più di due mesi in orbita grazie alla collaborazione tra ASI, ESA e Aeronautica Militare. Priva di glutine, ricca di fibre e sali minerali, la quinoa è un alimento dal grande valore proteico visto che può fornire circa 14 grammi di proteine ogni 100 grammi di prodotto crudo.

Anche lo chef Stefano Polato è un grande sostenitore della quinoa: «È simile a un cereale nell’aspetto, ma differisce da esso sia per la tipologia vegetale che per il contenuto nutritivo. La quinoa, infatti, contiene tutti gli amminoacidi essenziali per il corretto funzionamento dell’organismo, cioè quello che non siamo in grado di sintetizzare direttamente, ma che dobbiamo assumere con l’alimentazione. Inoltre, presenta un ottimo equilibrio di proteine e carboidrati. In generale, è opportuno ricordare che le proteine non sono contenute unicamente negli alimenti di origine animale, ma anche i vegetali ne sono ricchi. Un buon apporto viene fornito, per esempio, dai legumi e dai cereali integrali, ma vorrei anche parlare della spirulina: è una microalga particolarmente ricca di proteine, che troviamo in commercio in forma granulare, essiccata oppure in polvere. È una grandissima fonte di amminoacidi facilmente assimilabili da parte dell’organismo quindi vale la pena di provarla».

Anche frutta, verdura e ortaggi possono fornire un contenuto proteico di tutto rispetto: «Le verdure, ricche di fibre, vitamine e sali minerali – continua il Responsabile dello Space Food Lab di Argotec – e ci forniscono anche una buona dose di proteine. È il caso, per esempio, degli spinaci e dei cavoli, ma il mio consiglio è quello di mangiare anche i carciofi, i peperoni, gli asparagi, i funghi prataioli e le melanzane. La frutta, fresca o essiccata, può essere consumata insieme alle mandorle o alle noci. Vanno anche bene, in base ai vostri gusti, i pinoli, le arachidi, i pistacchi, gli anacardi e le nocciole perché sono tutti buone fonti di proteine vegetali. Ovviamente non mi sono dimenticato dei legumi, di cui abbiamo parlato nel post precedente: nella nostra dieta sana ed equilibrata non dovrebbero mai mancare fave, lenticchie, fagioli, piselli e ceci».

Antonio Pilello

Per saperne di più: http://www.argotec.it/argotec/

Immagine di copertina: Quinoa rossa – credits: http://en.wikipedia.org/wiki/File:Red_quinoa.png

Fai il pieno giusto | Proteine e muscoli

12/02/2015