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Space fashion: la tuta EMU

In attesa della collezione autunno-inverno di tute spaziali annunciata dalla NASA fin dall’aprile scorso (guardate la Z-2 Suit, disponibile in vari design), accontentiamoci di curiosare tra i capi di abbigliamento fra i quali un astronauta (senza o con apostrofo) può scegliere per una bella passeggiata spaziale.

Innanzi tutto la sicurezza: una tuta per le uscite extraveicolari deve essere in grado di: a) mantenere una pressione e una temperatura interne costanti; b) rifornire l’astronauta di ossigeno e rimuovere l’anidride carbonica; c) proteggere chi la indossa dalla radiazione solare, dai micrometeoriti e dai rifiuti spaziali (di piccole dimensioni); d) garantire all’astronauta una certa mobilità e d) permettergli di comunicare con l’esterno.

Al momento, diciamolo pure, il guardaroba è piuttosto sfornito. Ci sono solo due modelli che rispondono ai requisiti: la EMU (Extravehicular Activity Mobility) della NASA e la Orlan-MK, l’ultima versione della tuta spaziale russa. Hanno il loro fascino, ma non riempiono l’occhio, sebbene la loro massa si aggiri sui 150-180 kg. No, non è come infilarsi un giubbottino. Per non parlare delle scarpe…

Lasciamoci la Orlan per il prossimo post e guardiamo la EMU più da vicino. La tuta NASA, sviluppata per lo Shuttle e usata anche sulla Stazione Spaziale, ha due sottosistemi principali: uno dedicato al controllo del mantenimento delle condizioni ottimali per la vita dell’astronauta (lo LSS, Life Support System), l’altro costituito dalla tuta spaziale propriamente detta (lo SSA, Space Suit Assembly). All’interno della tuta, la pressione è circa 0,3 atmosfere e il gas è ossigeno puro.

Tessere una EMU non è un lavoretto da poco. Per esemplificare la sua complessità, ci limitiamo a descrivere la stratificazione di cui è composta, andando dall’esterno verso l’interno – e senza la pretesa di entrare nei dettagli. A partire dall’esterno, troviamo:

  • tre strati (materiali vari, fra i quali il Kevlar, il Gore-Tex e il Nomex), di cui uno a prova di acqua, uno fatto della stessa sostanza di cui sono costituiti i giubbotti antiproiettile e uno resistente al fuoco;
  • da 5 a 7 stati di Mylar alluminizzato (e un numero ancora maggiore di strati sulle braccia e le gambe), che isolano termicamente l’astronauta e che rendono la tuta simile a un thermos dall’aspetto umanoide; in questi strati risiede anche la capacità della tuta di resistere all’impatto con micrometeoriti;
  • uno strato in nylon antistrappo rivestito di neoprene (un tipo di gomma sintetica): questo tessuto, che ricorda quello delle tende da campeggio, permette di conservare la corretta forma della tuta spaziale;
  • due strati per creare e mantenere la giusta pressione sul corpo dell’astronauta (uno in Dacron e l’altro in tessuto di nylon oxford rivestito di uretano). Sono strati impermeabili, che impediscono all’ossigeno di fuoriuscire. Qui risiede anche lo strato per il raffreddamento a liquido, con tubature in neoprene.

Ne risulta una tuta piuttosto flessibile, che permette una relativa libertà di movimento (rispetto alla Orlan, non in assoluto!), ma che è piuttosto complicata da indossare e che richiede molta manutenzione: insomma, va “piegata” con cura. Si fa per dire: le tute spaziali non si piegano!

Oltre a una telecamera, una radio, antenne, dispensatori di bevande corroboranti, serbatoi di ossigeno e via dicendo, la EMU è provvista anche di un attrezzo che sono sicuro piacerà a tutti. Il nome è SAFER, che sta per Simplified Aid For EVA Rescue. Il senso è chiaro: si tratta di un dispositivo che permette a un membro dell’equipaggio di mettersi al sicuro. Ma che cosa è? È il sogno di tutti noi: una specie di propulsione indipendente, alimentata ad azoto compresso, che in caso di bisogno fornisce all’astronauta una spinta per farlo muovere velocemente nella direzione scelta. No, mi dispiace deludervi: non serve a volteggiare liberi nel cosmo, ma – nel caso in cui un astronauta perda il contatto con la ISS – a dargli una spintarella di pochi secondi e a farlo tornare sano e salvo a contatto con la navicella madre.

 Ultima curiosità molto fashion. È necessario tutto quel bianco? Il bianco, com’è noto, riflette in modo più efficiente la luce solare di qualsiasi altro colore. In attesa di realizzare tute spaziali a specchio, accontentiamoci di questo colore: almeno eviteremo di lessare gli astronauti.

Stefano Sandrelli

Per saperne di più:

https://www.nasa.gov/externalflash/ISSRG/pdfs/emu.pdf

Niente Panico

12/12/2014